Martedì mattina, squilla il telefono: “Ti andrebbe di venire a fare rafting sulla Cascata delle Marmore?”, senza indugio rispondo: “Ma certo!”.

Devo dire di non essere un’esperta del settore, tantomeno di averlo mai fatto a meno che non si voglia considerare rafting la mia esperienza a Gardaland. Più o meno sapevo a cosa andavo incontro anche se non del tutto e tutto sommato ho scelto di non volerne sapere di più, per godermi appieno l’esperienza. Arriviamo alla cascata delle Marmore e già solo il paesaggio è da togliere il fiato: montagne ovunque che ti circondano e la cascata, la più alta d’Europa, che scroscia davanti a te incessantemente.

Step 1: l’outfit perfetto per il Rafting alle Marmore

Regola numero uno: il vestiario, che io non pensavo fosse una parte così fondamentale come invece ho scoperto essere dopo considerando la temperatura gelida del fiume. Muta, scarpe, giacca, giubbetto salvagente e casco e il primo step è andato.

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Step 2: la lezione teorica sotto la cascata

Quasi sotto la cascata iniziamo la lezione teorica sui concetti principali e le posizioni da assumere per guidare il gommone e reagire ad ogni tipo di imprevisto. Detto questo dopo la mezz’ora di spiegazione volevo andarmene e mettermi comoda a guardare gli altri che scendevano, l’ansia ha inizialmente preso il sopravvento e ho iniziato a pensare a tutto quello che avrei potuto sbagliare provocando danni. Ho pensato però che dopo la teoria sarebbe arrivata la pratica e quindi avrei potuto capire meglio come dovevo comportarmi: fondamentale la coordinazione e l’attenzione assoluta nel sentire quello che la guida comanda, nella seconda mezz’ora perciò mi sono un po’ tranquillizzata anche nel capire che se fossi caduta dal gommone in un modo o nell’altro mi avrebbero recuperato.

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Pronti? Si parte!

Pronti via, tempo di metabolizzare le informazioni ed è ora di iniziare: adrenalina a più non posso, leggera ansia e concentrazione con un unico obiettivo in mente: non cadere nel fiume! Saliamo sul gommone, ci posizioniamo tre a destra e tre a sinistra, la guida dietro di noi e iniziamo a pagaiare. Dopo forse cinque secondi facciamo la prima discesa, per un attimo non capisco più niente, l’acqua mi arriva in faccia, non ricordo una sola cosa di tutto quello che ho sentito fino a cinque minuti prima e il mio unico e costante pensiero è: “Ti prego fa che non si ribalti il gommone”, finita la discesa in un punto del fiume più ‘tranquillo’ chiediamo alla guida se il peggio fosse passato, principianti quello era solo l’inizio della discesa da ben 40 minuti.

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A quel punto mi sono detta: “Ormai siamo in ballo, balliamo!”, e piano piano ho iniziato a prendere confidenza con la pagaia, con il fiume, con i compagni che erano con me, con la guida che impartisce i comandi e che tu come un buon soldato esegui. Dopo i tre salti, il punto più difficile della discesa, realizzi che ce l’hai fatta e appena l’ansia sparisce, l’adrenalina si attenua e ti senti più sicuro e padrone del mezzo su cui ti trovi e ti senti pronto a continuare come nei film sul più bello tutto finisce. Quei 40 minuti sono volati in un secondo e pensi: “Ma come già finito?”, dentro ti te c’è ancora tanta di quell’adrenalina che rifaresti la discesa altre dieci volte. Il tuffo nel fiume però ti fa tornare alla realtà: l’acqua gelida, nonostante la muta, ti spezza il fiato appena ti immergi completamente quando risali però ti senti vivo, quasi rinato, nuovo e tutti i muscoli del tuo corpo si rilassano.

Di ritorno rimane la bellissima esperienza e la voglia di rifarlo ancora e ancora, di riprovare una seconda volta, con meno ansia, più sicurezza, forse anche con un po’ più di coraggio nell’attesa di un’altra incredibile scarica di adrenalina.